martedì, 02 ottobre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film

28 settimane dopo
di Juan Carlos Fresnadillo
(28 weeks later, UK/Esp 2007)


Un digitale sfatto e slavato penetra corpi smembrati da una messinscena infetta. Nei meandri dell’inconscio, dove tutto è più stretto e meno chiaro, si dimena il senso di colpa, malattia umana per la quale non esiste antidoto. Fresnadillo non ha pietà per i peccatori, non ha pietà per nessuno, preserva solamente ciò che un giorno, col tempo, potrebbe maturare ed essere utile per curare il mondo: una generazione acerba e già infetta ma che potenzialmente potrebbe riscattarci tutti, potenzialmente ripeto. Con una tensione ciclica che va dall’interno verso l’esterno il giovane regista di origine spagnola Juan Carlos Fresnadillo (nominato all’Oscar nel 97’ con il suo primo cortometraggio) macina claustofobia non filmica ma psicologica azzardando e azzeccando (sempre più spesso ci si prova ma poche volte con cognizione di causa) l’estetica “videoclippara”. Espediente postmoderno per disintegrare l’immagine e affannare lo spettatore. No. Qui c’è una sporcizia interiore prima che una formale e c’è la volontà di metterla in relazione con la fuga (il rifiuto dell‘essere creature limitate) che passa sempre e comunque per spazi aperti e dall’ampio respiro, campi lunghi se non lunghissimi che liberano, dopo la bufera interiore, lo sguardo dello spettatore.

Dalla buia catapecchia illuminata a candele ad una panoramica aerea sulla campagna londinese, dalla quarantena alla fuga ripresa dal cielo sotto il fuoco dei cecchini, dal tunnel dello stadio al manto d’erba trasandato del campo di gioco, dove, finalmente, si può smettere di correre. Continui zoom ad allargarsi che trovano la loro contrapposizione nel movimento contrario (dalla totalità all’individuo) dei fucili dei cecchini americani, quelli si a stringere, pedinare, e poi sparare come in una macabro appiattimento di ruoli nella classica relazione tra voyeur-buono vs esibizionista-cattivo. Ed è proprio nel momento in cui viene ad attualizzarsi la fantascienza, nella parabola di una missione iniziata per ricostruire e finita nel massacro, che 28 Settimane dopo si riempie di politica e trova un posto di tutto rispetto nella bacheca dei pezzi pregiati del genere horror.

 

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sabato, 15 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film
I Simpson - Il film
di David Silverman
(The simpsons movie, USA 2007)


Sotto sotto lo sapevamo che uscendo dalla sala saremmo andati a cercare i peli sull’uovo.
Che non saremmo mai potuti essere soddisfatti al 100% dall’esordio cinematografico di un cartoon che, con tutta la sua schiera di cloni e derivati, ha rappresentato e continua a rappresentare una spessa fetta della cultura televisiva degli’ultimi 20 anni. I Simpson sono diventati ben presto un format di successo (quello della famiglia bislacca che divide tra risate, pizzicotti e un po’ di sano disgusto, rigorosamente per un target allargato) e questo film aveva in qualche modo la responsabilità di celebrare il loro ruolo dominante nel panorama dei cartoon televisivi spodestando per primi il grande schermo.
Dobbiamo spogliarci di ogni aspettativa e abbandonarci ad una visione rilassata per godere a pieno di un prodotto equilibrato che senza rinnegare le proprie origini televisive trova intelligentemente una propria dimensione cinematografica. La trova inizialmente nell’imbastire una solida trama dal sapore sci-fi che un po’ si rifà al grande cinema catastrofico, pur mantenendo tutte quelle digressioni, quelle imprevedibili pieghe laterali e certamente surreali che da sempre hanno fatto la fortuna delle puntate televisive.

Squisitamente a servizio della resa cinematografica sono le riprese un po’ più elaborate, ricercate e pirotecniche del solito, una maggiore fluidità nelle scene più complesse (grazie al digitale) ed un giusto dosaggio di campi lunghi che sfruttano a pieno l’ampiezza dello schermo (più particolari e maggior movimento).
In mezzo a tutti questi elogi “tecnici e strategici” c’è la sostanza: c’è da divertirsi.
Le gag azzeccate sono davvero tante (più d’una purtroppo telefonata dai numerosi trailer), forse non raggiungono la frequenza e la genialità delle puntate migliori ma si lasciano tranquillamente piazzare sopra la media. Azzeccata anche, e forse d’obbligo vista la natura del progetto, l’autoreferenzialità che si respira soprattutto all’inizio e alla fine (geniale la trovata di Bart che come punizione scrive alla lavagna “non scaricherò illegalmente questo film..”).
I personaggi da sfruttare erano davvero tanti e tutti, chi più chi meno, trovano il loro meritato momento di gloria.
E' sacrosanto, e facile, uscirne delusi per mole di risate (cosa comunque più soggettiva che mai) o perchè il nostro personaggio preferito non a trovato giusto spazio, ma è difficile non riconoscere che il primo (e unico?) film dei Simpson  riesce nel difficilissimo compito di dare spolvero a quasi vent’anni di mito trovando allo stesso tempo una sua ragion d'esistere al cinema.


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mercoledì, 12 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, film inediti, 64 festival di ve
The Nines
di John August
(USA 2007)


The Nines
segna l’esordio alla regia dello sceneggiatore degli ultimi film di Tim Burton: John August. Per presentare questo film, che ha debuttato nelle sale statunitensi a fine Agosto, si sono sprecati paragoni con Lynch ed altri celebri “visionari” del cinema. Ogni accostamento appare però azzardato sia per quanto riguarda l’impianto visivo sia considerando la parte più squisitamente narrativa del progetto. Un progetto che, occorre darne merito, si presenta come molto interessante.
Tre episodi e tre vite diverse per gli stessi tre attori che mantengono anche gli stessi nomi: nel primo Gary , un attore costretto agli arresti domiciliari nella villa della sua produttrice Margaret, è attratto dalla vicina di casa Sarah; nel secondo Gary e Sarah sono autori di un innovativo programma tv e devono liberarsi di una loro collega Margaret; nel terzo Gary e Margaret sono sposati con una figlia e, causa la macchina in panne durante una gita nel bosco, la loro esistenza sarà cambiata dall’incontro con Sarah.
Tutti e tre gli episodi non sono però slegati gli uni dagli altri in quanto si rincorrono al loro interno indizi, visioni e strani fenomeni che parrebbero interconnetterli.
Fin da subito si capisce quali siano i tasti che The Nines intende toccare: la realtà virtuale, il reality game, fenomeni di realtà sintetica e vita alternativa come The Sims o il più drastico e complesso Second Life.
Cercare nel cinema di indagare una problematica del genere può diventare assai complesso, soprattutto nel riuscire a trovare un equilibrio di forma e contenuto che permetta di non sfociare da una parte nel videoclip allucinato e allucinante e dall’altra in un prodotto fin troppo letterario, cerebrale, intellettualoide.
August, che per buoni tre quarti sembra trovare una piacevole ed intrigante via di mezzo si dimostra poco coraggioso, ma molto previdente riguardo alle logiche di mercato, quando nel finale corre ai ripari e banalizza (termine da non leggersi necessariamente nella sua massima accezione negativa) tutto il materiale fino a quel momento offerto allo spettatore. Nell’ultimo episodio (che non a caso intitola “Sapere”) si prodiga in una fin troppo minuziosa spiegazione di quanto visto prima, chiudendo fastidiosamente la magica scatola delle interpretazioni in faccia al pubblico.
Non vanno rinnegati comunque i tre quarti di film precedenti nei quali Augus inserisce numerosi spunti di riflessione sulla modernità e sul futuro che ci aspetta in cui anche il voyeur è oggetto di osservazione all’interno di una sorta di catena infinita dalla quale sarà impossibile sottrarsi (l’autore televisivo che a sua volta si crede partecipe di programma a lui dedicato).
Purtroppo nemmeno la messinscena è esente da qualche pecca, causa forse l’inesperienza del regista, e non riesce principalmente a restituire emotivamente quello che crea e sviluppa sulla carta.
L’esperimento è comunque da approvare soprattutto per la naturalezza con cui inquadra una materia scivolosa e sfuggente come quella trattata.

Eccovi il bel trailer::




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mercoledì, 12 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, film inediti, 64 festival di ve
La zona
di Rodrigo Plá
(Messico 2007)
Vincitore premo Luigi de Laurentis alla Miglior opera prima


Non suona strano che uno dei più bei film visti qui a Venezia provenga dalla scuola messicana. Mentre i suoi colleghi connazionali più famosi espugnano hollywood (Cuaron, Innaritu, Del Toro, ecc..) Rodrigo Plà conquista gli spettatori veneziani con una pellicola atroce, con uno dei finali forse più forti e significativi visti al festival.
La zona del titolo è una sorta di isola apparentemente felice all’interno di una metropoli messicana, delimitata da mura impenetrabili e sorvegliata nottegiorno da telecamere. All’interno una medio.-alta borghersia preoccupata di mantenere tranquillo e pulito il proprio territorio; fuori preme la baraccopoli. Quando in una notte di tempesta un gruppetto di ragazzini riesce ad intrufolarsi all’interno della Zona prenderà il via una spietata caccia all’uomo che metterà contro non tanto benestanti e baraccati quanto la famiglie (che intendono farsi giustizia da sole e non concedendo sconti di pena) e le istituzioni (la polizia).
Ne esce un ritratto raggelante di una società moderna dalla cattiveria repressa che soffoca i propri istinti primordiali nel materialismo e perbenismo.
Il film non è esente da qualche difettuccio di scrittura ma ha il merito di far uscire di sala quantomeno angosciati.
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mercoledì, 12 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, dall oriente, film inediti, 64 festival di ve
Help me eros
di Lee Kang Sheng
(Taiwan 2007)


Tsai ming-liang torna al Lido sta volta in veste di produttore per presentare in concorso l’opera seconda del regista, e suo attore feticcio, Lee Kang Sheng.
E’ innegabile la ricerca da parte del regista delle stesse atmosfere astruse, degli stessi ritmi pacati e ipnotici del suo mentore ma l’operazione è riuscita solo in parte.
Se da un lato il regista, nel suo lento procedere in una riflessione sull’alienazione umana all’interno di ambienti artificiali e materialistici, cerca la sua cifra stilistica nelle musiche poppeggianti e la punta d’ironia dall’altro non riesce a liberarsi di una simbologia un po’ vecchia e semplicistica. Ecco allora che scene come quella che vede un’attrice sovrappeso entra in una vasca piena di anguille per ritrovare il piacere sessuale perso col marito, risultano pù ridicole che stranianti.
Sebbene non manchi al regista una spiccata creatività nella composizione dell’immagine (l’uso delle immagini riflesse sui corpi degli attori, il contrasto nella stessa inquadratura tra elementi viscerali e turbanti con altri che disegnano un carta monotonia e spossatezza) il film non riesce mai a coinvolgere emotivamente o visceralmente lo spettatore il cui unico cruccio è quello intellettuale di incuneare linearmente una serie di mattoncini (non senza una certa ridondanza) per dare un senso al tutto.
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mercoledì, 12 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, 64 festival di ve
L’ora di punta
di Vincenzo Marra
(Italia 2007)


L’unico film in concorso severamente fischiato, l’unico ad aver collezionato nel mitico pagellone del Ciak in mostra (il daily più letto dai cinefili festivalieri) una media disastrosa, e personalmente mai vista, di 1,5/5. Si sta parlando ahinoi del terzo film italiano in concorso col quale si chiude la nostra rappresentanza qui al Lido e si aprirà, probabilmente, il dibattito sulla salute del nostro cinema in quest’annata totalmente da dimenticare che ci ha visti assenti a Cannes e disastrosi a Venezia.
Quella di marra è una stanca e banalotta riflessione su un’Italia miserabile fatta di gente corrotta ed imprenditori opportunisti. La stessa, secchissima, messinscena che lavora di sottrazione, e che gli regalò applausi per Vento di Terra, sta volta insegue un personaggio di morale opposta e forse per questo ne esce una visione ridicola.
Se infatti il silenzio, la meccanicità di eventi e movimenti, l’inespressività, il congelarsi della tragedia, si dimostrarono mezzi efficaci per disegnare la grande dignità morale e forza interiore del giovane Vincenzo Pacilli (di Vento di Terra), qui la stessa forma risulta quantomeno insufficiente ad approfondire un personaggio che stavolta è in divenire, la cui evoluzione risulta perciò insensata, spicciola e superficiale.
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mercoledì, 12 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, dall oriente, film inediti, 64 festival di ve
Mad detective
di Johnnie To e Wai ka-fai
(Hong Kong 2007))


Presentato come evento a sorpresa in concorso, Mad Detective è il nuovo, freschissimo thriller (terminato poche settimane fa) sfornato dalla ormai collaudata coppia Ka-fai/To che sta volta allestisce la vicenda poliziesca attorno ad un personaggio alquanto stravagante: un ex ispettore di polizia dalle intuizioni paranormali.
Film dalla premessa scoppiettante e dal forte respiro commerciale che ben presto finisce per fiaccare, causa una parte centrale macchinosa e ripetitiva e una sceneggiatura a tratti veramente ridicola. Si scivola verso un finale che sa di deja vu ma che To è abile a venderci con la consueta accattivante perizia.
Un film che in certi frangenti esalta gli adepti del maestro honkonghese, particolarmente in quelle sequenze in cui To riesce a trovare spazio per muoversi e liberare la solita elegante, quadrata messinscena ma che incespica quando si tratta di collegare ed amalgamare insieme tutti pezzi del puzzle creando una qualche forma d’interesse nello spettatore. Anche questa volta (come l’anno scorso per Exiled) c’è stata gente pienamente soddisfatta ma sinceramente affiancando un film come questo ad (senza scomodare i più vecchiotti PTU, A hero never dies, ecc) un Election…non riesco a non constatare un seppur dignitoso, passo indietro di To.
Ma tanto non è una novità che il regista alterni pellicole straordinarie ad altri più modesti “film di passaggio” buoni soltanto alle casse della Milkyway Image.
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mercoledì, 12 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, 64 festival di ve
Il dolce e l’amaro
di Andrea Porporati
(Italia 2007)


Esattamente agli antipodi del film di Franchi (Nessuna Qualità agli eroi) il film di Porporati è una modestissima (e forse un po’ anonima) fiction sulla vita di un palermitano che sogna la carriera mafiosa, sulle orme del padre, e che finisce poi per pentirsi con la telefonatissima morale che “nella vità c’è sia il doce che l’amaro”.
Si procede senza infamia e senza lode per tutti i 98 minuti con dialoghi banalotti e tanti stereotipi. La vera deficienza è infatti a livello di approfondimento psicologico: Lo Cascio ce la mette davvero tutta a rendere il suo personaggio tridimensionale ma non è per nulla aiutato dalla regia senza mordente di Porporati e da una sceneggiatura che zompa di anno in anno tralasciano momenti che avrebbero forse giovato alla profondità del personaggio e che invece vengono corretti, non senza un po’ di tristezza, dalla voce fuori campo. Freddo e sbrigativo nel finale, non sarà certo con film come quello di Porporati che faremo cambiare idea a Quentin Tarantino sulle sorti del nostro cinema.
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mercoledì, 12 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, 64 festival di ve
Nessuna qualità agli eroi
di Paolo Franchi
(Italia 2007)


Delirante epopea sul/nel dolore di un’impotenza maschile (di Bruno tedeschini) costretta a confrontarsi con il rifiuto della figura paterna (grandissimo Elio germano).
Due generazioni, due problematiche forse complementari, due individui prima sconosciuti che perdono ogni fattezza umana e sembrano costretti a vagare per ambienti grigi e ovattati, senza meta né comprensione. Il film di Paolo Franchi si presenta come un lungo e malinconico esercizio di stile che ci parla del malessere di vivere e della necessità di farsi eroi per salvare egoisticamente sé stessi. Un’autorialità ricercata, sopra le righe, artefatta, pregna di simbolismi perlopiù inaccessibili e buoni soltanto a far discorrere saccente il regista (più antipatico del film stesso) in conferenza stampa.
In sala, dopo la proiezione, una reazione mai vista: gente che si alza e se ne va, senza fischi nè applausi, anonimi in volto.

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martedì, 11 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, 64 festival di ve
In the Valley of Elah
di Paul Haggis
(USA, Concorso)


Ancora Iraq e di conseguenza ancora dolori per la bandiera americana, in questa quarta rovente giornata festivaliera. A vomitare sul mito del marine come nobile esportatore di democrazia ci pensa 'sta volta Paul Haggis con una storia asciutta e lineare, ed una forma opposta a quella di De Palma (ma non per questo meno efficace).
Tommy Lee Jones deve scoprire che fine ha fatto il suo secondogenito rientrato da pochi giorni dall’Iraq e subito misteriosamente scomparso. Ovviamente gli altarini da svelare saranno molti tanto che il ruvido padre (convinto repubblicano) si troverà a mettere in discussione ogni sua più radicata convinzione.
Ci sono davvero poche critiche da muovere a questa seconda fatica dietro la macchina da presa di Haggis che dall’amico e collega Eastwood sembra aver appreso non poco. Il lirismo furbetto di Crash e l’ammiccante espediente della frammentazione spazio-temporale non potrebbero essere più lontani tanto che il film esce sommerso di applausi anche dalla proiezione stampa.
Alcuni difetti non mancano (una fase di stanca centrale; qualche, seppur sopportabilissima, imperfezione in fase di scrittura; alcuni personaggi trascurati) e l’esaltazione, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, è ben lontana ma è anche impossibile negare la coerenza, solidità e, perché no, l’onestà di un lavoro ideologicamente fratello di Flags of our fathers.
Regia pulita, intimità rispettate, dramma misurato, rifiuto del patetismo, Sorpresa.
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martedì, 11 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, 64 festival di ve
Redacted
di Brian De Palma
(USA 2007)


Folle Brian! La sua audace docufiction intisa di sperimentalismo, e perciò straordinariamente in concorso, divide il Lido. Opera ibrida al centro di una ragnatela sintetica fatta di nuovi media. Convergenza digitale di un bombardamento di informazioni la cui natura non è né vera né falsa, ma verosimile.
Il pretesto è uno dei tanti, torvi episodi di guerra. Iraq 2006. Un gruppo di marines che stuprano ed uccidono una quindicenne araba. La denuncia è telefonata ma incisiva. La forma invece è qualcosa di mai visto.
Azzardando lo si potrebbe quasi definire come “nuovo cinema”, o almeno un nuovo modo d’intendere il lavoro del regista che abbandona il ruolo di produttore d’immagini, per rinnovarsi in una sorta bibliotecario dell’informazione digitale, colui che scartabella, seleziona e assembla dati a partire da un database infinito di immagini precotte: la rete, il filmino amatoriale, il telegiornale, il reportage fotografico, le telecamere di sorveglianza, i comunicati stampa, il cellulare dell’amatore.
Tutto materiale che una volta organizzato può prendere la forma di una narrazione.
Il problema della verità dell’immagine si fa ora più complicato. Oggi che la realtà è sempre più “registrata”, gli individui sempre più “controllati”, le informazioni sempre più abbondanti, si fatica a stabilire la veridicità di un’immagine o di un fatto. De Palma ce lo fa capire a chiare lettere: reality e fiction condivideranno sempre maggiori spazi, tanto che stabilire cosa c’è di vero, in guerra come nella vita, si fa sempre più difficile. Capo-lavoro: nel senso di primo passo per una nuovo modo d’intendere il cinema.
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martedì, 11 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, 64 festival di ve
The nanny diaries
di Shari Spinger Barman e Robert Pulcini
(USA, 2006)


Un film sostanzialmente inutile che sembra nella prima mezzora volersi sviluppare come divertita e autocritica riflessione sui vari archetipi o luoghi comuni che circondano il genere a cui aderisce (la commedia) e/o lo spaccato sociale della Manhattan in cui è ambientato. Tutto con magari qualche pretesa antropologica; dopotutto l’antropologia ci viene presentata come la passione e la materia di studio preferita dalla novella tata Anne (Scarlett Johasson, ahinoi, non presente al Lido). Lo fa introducendo ambiente e personaggi come se questi facessero parte di un museo di storia naturale, altri perdono individualità e spessore diventando quasi degli archetipi (al posto di nomi propri vengono usati “Signore e Signora X” o “Figaccione del campus”). Ben presto tutto però rientra nei binari di una zuccherosa e telefonata commedia rosa che affoga in quei stessi clichè su cui pareva ironizzare. Spettacolo dignitoso ma tutto sommato evitabile.
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martedì, 11 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, 64 festival di ve
Michael Clayton
di Tony Gilroy
(USA 2007)

Macchinosa e sofferta redenzione di un ex-pubblico ministero ora “spazzino” per uno studio legale con clienti dai panni sporchi.
La facciona di tale Michael Clayton è quella trasandata e massiccia di un George Clooney che sta volta fatica a tenere un ruolo sulla carta sporco ed ambiguo, tradito spesse volte da quel diabolico sorrisino piacione e dalla pronta battutina che ormai (assorbite le scorribande di Ocean) sembrano averlo posseduto.
Sembrano gia averlo benedetto per l'Oscar ma francamente...
Il legal-trhiller non regge l’urto di una sceneggiatura eccessivamente burrocratica, esasperata dal gergo tecnico e ammosciata da un discutibilissimo flash forward per incipit che come unico risultato a quello di mangiare souspance al climax di tensione che getta le sue basi nel finale. Sembra davvero che la prima preoccupazione degli autori sia quella stordire lo spettatore scombinandogli le carte in mano,e facendogli credere che tra quelle facce seriose che proferiscono paroloni passandosi scartoffie si nasconda un senso profondo.
La regia poi non aiuta andando talvolta in cerca di un lirismo davvero spicciolo.
Producono Clooney, Minghella, Soderbergh. C’è pure lo zampino di Pollack (tra l’altro anche attore). Ma a dar fasto a tale materiale sarebbe bastata una sola persona: Michael Mann.
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martedì, 11 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, film inediti, 64 festival di ve
Sleuth
di Kenneth Branagh
(G.B./Usa 2007)


Remake (ma non diteglielo a Michael Caine che in conferenza stampa ha più volte smentito la cosa preferendo il termine “moderna rivisitazione”) de Gli insospettabili (1972) di Joseph Mankiewicz, Sleuth si lascia apprezzare come un lungo e sottile gioco psicologico (e al massacro) tra due uomini innamorati che si contendono la stessa donna ma che evidentemente non condividono stessi codici culturali, generazionali, sociali e psicologici. Ne esce un duello verbale (ma anche no) intrigante e diabolico tra due psicologie che non intendono scendere a compromessi (e rese magistralmente da Law e Caine in stato di gazia) pronte a tutto pur di umiliare il rivale, con Branagh che gestisce genialmente quella che sulla carta poteva rivelarsi come l’ennesima piece teatrale semplicemente filmata. Lo fa sfruttando le scenografie “sintetiche” e dal desing futurista della casa in cui avviene lo scontro (unica straordinaria location), nascondendosi più volte dietro l’occhio di telecamere, aggeggi digitali, riflessi e deformazioni, al limite di un ostentato formalismo pur di manifestare la bieca e manipolatoria natura del rapporto tra i due. Diabolico.
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martedì, 11 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, dall oriente, 64 festival di ve
Lust, Caution
di Ang Lee
(Usa/Taiwan 2007)

64esimo Leone d'oro


Ang Lee si divide tra Taiwan e Stati uniti (il film è pensato e prodotto in Usa ma girato in patria) e ancora una volta si diletta in quello che gli viene forse meglio: destreggiarsi con perizia indiscussa tra sguardi e silenzi che tradiscono i sentimenti, con la consueta pulizia formale e l’impegno, al limite del pedante, per esaltare ogni particolare scenografico, fotografico o di recitazione.
Il risultato è però francamente poco felice. Vuoi per una sceneggiatura davvero troppo carica che si dilunga pomposa anche in quelle scene secondare o poco utili al fine ultimo della pellicola, vuoi per una sorta di vacua ridondanza nella regia del taiwanese che ricicla (continuamente probabilmente a vuoto) stessi sguardi, stessi gesti, stesse passioni per giungere stanca ad un finale necessariamente drammatico.
Si tratta di un adattamento di un racconto breve (breve!?) della scrittice Eileen Chang, ispirato ad una vicenda realmente accaduta dove s’indaga il rapporto (al limite della morbosità) tra un alto funzionario della Cina collaborazionista (col governo giapponese) degl’anni ’40 e un’aspirante attrice assunta come spia dalla resistenza per sedurlo ed ucciderlo. Lo scandalo per certe scene che gli hanno valso il bollino di NC-17 (vietato ai minori di 17 anni) è sicuramente esagerato anche perché, alle fantomatiche scene “scandalose”, le migliori del film, ci si giunge dopo quasi un’ora e mezza di ronde soporifera.
Un polpettone. Ben girato forse, ma pur sempre un polpettone.
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martedì, 11 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, dall oriente, film inediti, 64 festival di ve
Kantoku Banzai!
di Takeshi Kitano
(Giappone 2007)


Il maestro giapponese torna al Lido con il secondo lavoro di una sorta di triologia sul cinema e nel cinema di Kitano.
Dopo lo psichedelico Takeshi’s ecco un’anocora più spinta e variopinta incursione nel trash, in una sorta di postmodernismo che rielabora, svuotandoli ed accavallandoli tanti miti del cinema di Kitano, del cinema giapponese, della cultura giapponese, del cinema tutto, del calcio (la mitica testata di Zidane?) e chi più ne ha più ne metta.
La trama si potrebbe ridurre alla storia di un regista che non riesce a decidere che registro cavalcare e che alla fine si perde, si contorce, singhiozza, poi fa esplodere il suo cinema in una sorta di inno alla libertà e al potere di chi dirige.
Si fatica davvero a tenere il passo tanto che ci si chiede se davvero non si abbia a che fare con un mero sollazzo per pochi cultori. Si ride, soprattutto all’inizio, poi forse vien quasi da piangere.
Prima ero uno dei grandi sostenitori del “nuovo Kitano” tanto autocelebrativo quanto autodemolitore. Dopo questo Kantoku Banzai! (Gloria al regista in italiano) qualche dubbio mi sale. Allucinogeno.
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martedì, 11 settembre 2007 ¦ Permalink
categoria : i film, 64 festival di ve
Rec
di Jaume Balaguerò e Paco Plaza
(Spagna 2007)


Jaume Balaguerò torna al festival portando fuori concorso la sua quarta incursione nel genere horror dopo quel Fragile che due anni fa scatenò sempre qui al Lido più schiamazzi e risate che paura. Il regista spagnolo è questa volta affiancato dal collega Paco Plaza e la musica cambia, non poco.
I due registi scelgono la forma del finto documentario, proseguendo idealmente un filone horror inaugurato qualche anno fa dal “fenomeno” The Blair witch project.
Una troupe televisiva e una coppia di vigili del fuoco rimangono intrappolati all’interno di un edificio, chiusi in quarantena dall’esterno causa una misteriosa malattia che semina terrore tra gli inquilini. Ecco che quello che doveva essere un innocuo reality sulla vita e il lavoro di un gruppo di pompieri spagnoli si trasforma in un resoconto angosciante e claustofobico di una strage.
L’estetica del reality mantiene costantemente viva la tensione e permette altresì una riflessione alquanto ficcante, forse inaspettata (considerati i pregiudizi negativi che molti qui nutrivano su almeno uno dei due autori): la sete da reality show, sempre più prossima al grottesco oltre che al macabro, si trasforma in un effettivo, finalmente tangibile, gioco al massacro. La sete di sangue, la voglia di documentare, registrare, sempre e comunque , cotro ogni etica o semplicemente oltre il buon gusto è denunciata dall’occhio della telecamera. Qui sempre in prima fila, continuamente protagonista e avida di zoom. Non degna, forse per questo, di lieto fine.
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mercoledì, 29 agosto 2007 ¦ Permalink
categoria : 64 festival di ve
E pure quest'anno...

Sono in trasferta al Festival di Venezia. I miei commenti sui film li trovate sul blog che abbiamo fin troppo velocemente creato con la redazione di IOMA. Gaficamente è assai povero ma riguardo ai contenuti cercheremo di tenerlo aggiornato il più possibile.
Quando torno magari riporto qui quello che sto scrivendo, nel frattempo mi trovate di là.
Un saluto a chi bazzica ancora da queste parti. Poi torno eh!
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lunedì, 21 maggio 2007 ¦ Permalink
categoria : breaking news, serie tv, aspetta e spera

Breaking News [4]

Tutti i cnefili prima o poi prendono una sbandata per le serie tv. Non c'è nente da fare è proprio fisiologico.
Ecco percui che mi trovo in questo periodo a fare  conti con l'ormai prossima conclusione della terza stagione di Lost (che per quanto mi riguarda ho apprezzato più della seconda) e la prima di Heroes. Jericho contnua a stuzzicarmi e come se non bastasse arrvano Ugly Betty su Italia 1 e Six Degrees su Sky. A chiudere il cerchio...Dexter, The Nine e l'inaspettato amore a prima vista per Extras. In rampa di lancio poi The Tudor, Studio 60, e Prison Break (si lo so, sono spudoratamente in ritardo)
.
Ne uscirò vivo? Visto che il periodo coincide pressapoco con quello in cui tento di levarmi torno gli ultmi, sudati, esami...qualche dubbio mi cresce.

Intanto a darmi una mano ci pensano i produttori americani che già stanno progettando i palinsesti per la prossima stagione (che indicativamente coincide con il nostro 2008/2009). Ecco allora che possiamo dire addio a Jericho - la cosa ha lasciato perprlesse non poche persone tanto che su Youtube gira il video della campagna Salvate Jericho. Chiudono anche
The nine, Studio 60 - alquanto strano il suo mezzo flop considerati gli elogi pressochè unanimi - Six Degrees e mooolte altre. Tvblog fa una specie di riassunto sulla situazione.
A prolungare le nostre ansie rimarranno invece Lost fino al 2009/2010 - sono state ufficializzate altre 3 serie da 16 epidodi ciascuna (altre 48 puntate dunque) - ovviamente Heroes - il suo ideatore Josh Schwartz è al lavoro su un'altra serie "supereroica" per NBC: Chuck -
Ugly Betty - partita col botto anche in italia toccando venerdì scorso lo share del 15.61% nel secondo episodio -
 e pure Dexter!
Di Heroes è poi in programma una sorta di "spin-off interattivo", col titolo Heroes: origins "6 episodi, ognuno con una trama a sè, che avranno lo scopo di presentare ogni volta un nuovo personaggio raccontandone la storia passata, precedente o contemporanea gli eventi narrati nella prima stagione. Alla fine di ogni episodio i telespettatori avranno la possibilità di votare [...] per stabilire quale di questi potrà entrare a far parte in pianta stabile del cast principale nel finale della seconda o nella (prevedibile) terza stagione
" (tvblog).

Sugli schermi italiani la situazione per il momento è la seguente:
Lost: Da settembre dovrebbe inziare la 3a su Fox mentre su Raidue è appena finita la seconda.
Heroes: da settembre su Italia1
Jericho: da Giugno su raidue, Gira già il promo.
Dexter: probabile Settembre in seconda serata, sempre Italia 1
Six Degrees: attualmente in programmazione la domenica su FoxLife (sky)
Ugly Betty: appena iniziata su Italia1. Prima serata del Venerdì.
Extras: ora in onda su Jimmy (Sky)

Tornando invece a parlare dello schermo grande, pare che vedremo nuovamente insieme Al Pacino (al lavoro anche per Andrew Niccol come Dalì) e Robert De Niro (insieme solo in Heat - La sfida).
Si tratterà di un
 thriller indipendente, Righteous Kill - budget ridotto - diretto da Jon Avnet (?) e sceneggiato dal prodigioso Russell Gewirtz: esordio col botto con lo splendido script di Inside Man.

Recensito piuttosto bene 28 Weeks Later, uscito da qualche settimana in USA e ancora secondo al box office. Prodotto e non diretto dal nostro Danny preferito che comunque raccomanda bene l'esordiente Juan Carlos Fresnadillo. Ecco, tanto per far salire l'attesa, 3 minuti tratti dal film, ad alto tasso claustofobico.

A proposito d'attesa, non avete ancora visto il trailer di John Rambo?



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domenica, 20 maggio 2007 ¦ Permalink
categoria : aspetta e spera

Splatter?!

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