28 settimane dopo
di Juan Carlos Fresnadillo
(28 weeks later, UK/Esp 2007)
Un digitale sfatto e slavato penetra corpi smembrati da una messinscena infetta. Nei meandri dell’inconscio, dove tutto è più stretto e meno chiaro, si dimena il senso di colpa, malattia umana per la quale non esiste antidoto. Fresnadillo non ha pietà per i peccatori, non ha pietà per nessuno, preserva solamente ciò che un giorno, col tempo, potrebbe maturare ed essere utile per curare il mondo: una generazione acerba e già infetta ma che potenzialmente potrebbe riscattarci tutti, potenzialmente ripeto. Con una tensione ciclica che va dall’interno verso l’esterno il giovane regista di origine spagnola Juan Carlos Fresnadillo (nominato all’Oscar nel 97’ con il suo primo cortometraggio) macina claustofobia non filmica ma psicologica azzardando e azzeccando (sempre più spesso ci si prova ma poche volte con cognizione di causa) l’estetica “videoclippara”. Espediente postmoderno per disintegrare l’immagine e affannare lo spettatore. No. Qui c’è una sporcizia interiore prima che una formale e c’è la volontà di metterla in relazione con la fuga (il rifiuto dell‘essere creature limitate) che passa sempre e comunque per spazi aperti e dall’ampio respiro, campi lunghi se non lunghissimi che liberano, dopo la bufera interiore, lo sguardo dello spettatore.

Dalla buia catapecchia illuminata a candele ad una panoramica aerea sulla campagna londinese, dalla quarantena alla fuga ripresa dal cielo sotto il fuoco dei cecchini, dal tunnel dello stadio al manto d’erba trasandato del campo di gioco, dove, finalmente, si può smettere di correre. Continui zoom ad allargarsi che trovano la loro contrapposizione nel movimento contrario (dalla totalità all’individuo) dei fucili dei cecchini americani, quelli si a stringere, pedinare, e poi sparare come in una macabro appiattimento di ruoli nella classica relazione tra voyeur-buono vs esibizionista-cattivo. Ed è proprio nel momento in cui viene ad attualizzarsi la fantascienza, nella parabola di una missione iniziata per ricostruire e finita nel massacro, che 28 Settimane dopo si riempie di politica e trova un posto di tutto rispetto nella bacheca dei pezzi pregiati del genere horror.

Sotto sotto lo sapevamo che uscendo dalla sala saremmo andati a cercare i peli sull’uovo.

The Nines segna l’esordio alla regia dello sceneggiatore degli ultimi film di Tim Burton: John August. Per presentare questo film, che ha debuttato nelle sale statunitensi a fine Agosto, si sono sprecati paragoni con Lynch ed altri celebri “visionari” del cinema. Ogni accostamento appare però azzardato sia per quanto riguarda l’impianto visivo sia considerando la parte più squisitamente narrativa del progetto. Un progetto che, occorre darne merito, si presenta come molto interessante.
Non suona strano che uno dei più bei film visti qui a Venezia provenga dalla scuola messicana. Mentre i suoi colleghi connazionali più famosi espugnano hollywood (Cuaron, Innaritu, Del Toro, ecc..) Rodrigo Plà conquista gli spettatori veneziani con una pellicola atroce, con uno dei finali forse più forti e significativi visti al festival.
L’unico film in concorso severamente fischiato, l’unico ad aver collezionato nel mitico pagellone del Ciak in mostra (il daily più letto dai cinefili festivalieri) una media disastrosa, e personalmente mai vista, di 1,5/5. Si sta parlando ahinoi del terzo film italiano in concorso col quale si chiude la nostra rappresentanza qui al Lido e si aprirà, probabilmente, il dibattito sulla salute del nostro cinema in quest’annata totalmente da dimenticare che ci ha visti assenti a Cannes e disastrosi a Venezia.
Presentato come evento a sorpresa in concorso, Mad Detective è il nuovo, freschissimo thriller (terminato poche settimane fa) sfornato dalla ormai collaudata coppia Ka-fai/To che sta volta allestisce la vicenda poliziesca attorno ad un personaggio alquanto stravagante: un ex ispettore di polizia dalle intuizioni paranormali.
Esattamente agli antipodi del film di Franchi (Nessuna Qualità agli eroi) il film di Porporati è una modestissima (e forse un po’ anonima) fiction sulla vita di un palermitano che sogna la carriera mafiosa, sulle orme del padre, e che finisce poi per pentirsi con la telefonatissima morale che “nella vità c’è sia il doce che l’amaro”.
Delirante epopea sul/nel dolore di un’impotenza maschile (di Bruno tedeschini) costretta a confrontarsi con il rifiuto della figura paterna (grandissimo Elio germano).
Ancora Iraq e di conseguenza ancora dolori per la bandiera americana, in questa quarta rovente giornata festivaliera. A vomitare sul mito del marine come nobile esportatore di democrazia ci pensa 'sta volta Paul Haggis con una storia asciutta e lineare, ed una forma opposta a quella di De Palma (ma non per questo meno efficace).
Un film sostanzialmente inutile che sembra nella prima mezzora volersi sviluppare come divertita e autocritica riflessione sui vari archetipi o luoghi comuni che circondano il genere a cui aderisce (la commedia) e/o lo spaccato sociale della Manhattan in cui è ambientato. Tutto con magari qualche pretesa antropologica; dopotutto l’antropologia ci viene presentata come la passione e la materia di studio preferita dalla novella tata Anne (Scarlett Johasson, ahinoi, non presente al Lido). Lo fa introducendo ambiente e personaggi come se questi facessero parte di un museo di storia naturale, altri perdono individualità e spessore diventando quasi degli archetipi (al posto di nomi propri vengono usati “Signore e Signora X” o “Figaccione del campus”). Ben presto tutto però rientra nei binari di una zuccherosa e telefonata commedia rosa che affoga in quei stessi clichè su cui pareva ironizzare. Spettacolo dignitoso ma tutto sommato evitabile.
Macchinosa e sofferta redenzione di un ex-pubblico ministero ora “spazzino” per uno studio legale con clienti dai panni sporchi.
Remake (ma non diteglielo a Michael Caine che in conferenza stampa ha più volte smentito la cosa preferendo il termine “moderna rivisitazione”) de Gli insospettabili (1972) di Joseph Mankiewicz, Sleuth si lascia apprezzare come un lungo e sottile gioco psicologico (e al massacro) tra due uomini innamorati che si contendono la stessa donna ma che evidentemente non condividono stessi codici culturali, generazionali, sociali e psicologici. Ne esce un duello verbale (ma anche no) intrigante e diabolico tra due psicologie che non intendono scendere a compromessi (e rese magistralmente da Law e Caine in stato di gazia) pronte a tutto pur di umiliare il rivale, con Branagh che gestisce genialmente quella che sulla carta poteva rivelarsi come l’ennesima piece teatrale semplicemente filmata. Lo fa sfruttando le scenografie “sintetiche” e dal desing futurista della casa in cui avviene lo scontro (unica straordinaria location), nascondendosi più volte dietro l’occhio di telecamere, aggeggi digitali, riflessi e deformazioni, al limite di un ostentato formalismo pur di manifestare la bieca e manipolatoria natura del rapporto tra i due. Diabolico.
Ang Lee si divide tra Taiwan e Stati uniti (il film è pensato e prodotto in Usa ma girato in patria) e ancora una volta si diletta in quello che gli viene forse meglio: destreggiarsi con perizia indiscussa tra sguardi e silenzi che tradiscono i sentimenti, con la consueta pulizia formale e l’impegno, al limite del pedante, per esaltare ogni particolare scenografico, fotografico o di recitazione.
Il maestro giapponese torna al Lido con il secondo lavoro di una sorta di triologia sul cinema e nel cinema di Kitano.
Jaume Balaguerò torna al festival portando fuori concorso la sua quarta incursione nel genere horror dopo quel Fragile che due anni fa scatenò sempre qui al Lido più schiamazzi e risate che paura. Il regista spagnolo è questa volta affiancato dal collega Paco Plaza e la musica cambia, non poco.
Sono in trasferta al Festival di Venezia. I miei commenti sui film li trovate sul blog che abbiamo fin troppo velocemente creato con la redazione di IOMA. Gaficamente è assai povero ma riguardo ai contenuti cercheremo di tenerlo aggiornato il più possibile. Breaking News [4]

Tutti i cnefili prima o poi prendono una sbandata per le serie tv. Non c'è nente da fare è proprio fisiologico.
Ecco percui che mi trovo in questo periodo a fare conti con l'ormai prossima conclusione della terza stagione di Lost (che per quanto mi riguarda ho apprezzato più della seconda) e la prima di Heroes. Jericho contnua a stuzzicarmi e come se non bastasse arrvano Ugly Betty su Italia 1 e Six Degrees su Sky. A chiudere il cerchio...Dexter, The Nine e l'inaspettato amore a prima vista per Extras. In rampa di lancio poi The Tudor, Studio 60, e Prison Break (si lo so, sono spudoratamente in ritardo). Ne uscirò vivo? Visto che il periodo coincide pressapoco con quello in cui tento di levarmi torno gli ultmi, sudati, esami...qualche dubbio mi cresce.
Intanto a darmi una mano ci pensano i produttori americani che già stanno progettando i palinsesti per la prossima stagione (che indicativamente coincide con il nostro 2008/2009). Ecco allora che possiamo dire addio a Jericho - la cosa ha lasciato perprlesse non poche persone tanto che su Youtube gira il video della campagna Salvate Jericho. Chiudono anche The nine, Studio 60 - alquanto strano il suo mezzo flop considerati gli elogi pressochè unanimi - Six Degrees e mooolte altre. Tvblog fa una specie di riassunto sulla situazione.
A prolungare le nostre ansie rimarranno invece Lost fino al 2009/2010 - sono state ufficializzate altre 3 serie da 16 epidodi ciascuna (altre 48 puntate dunque) - ovviamente Heroes - il suo ideatore Josh Schwartz è al lavoro su un'altra serie "supereroica" per NBC: Chuck - Ugly Betty - partita col botto anche in italia toccando venerdì scorso lo share del 15.61% nel secondo episodio - e pure Dexter!
Di Heroes è poi in programma una sorta di "spin-off interattivo", col titolo Heroes: origins "6 episodi, ognuno con una trama a sè, che avranno lo scopo di presentare ogni volta un nuovo personaggio raccontandone la storia passata, precedente o contemporanea gli eventi narrati nella prima stagione. Alla fine di ogni episodio i telespettatori avranno la possibilità di votare [...] per stabilire quale di questi potrà entrare a far parte in pianta stabile del cast principale nel finale della seconda o nella (prevedibile) terza stagione" (tvblog).
Sugli schermi italiani la situazione per il momento è la seguente:
Lost: Da settembre dovrebbe inziare la 3a su Fox mentre su Raidue è appena finita la seconda.
Heroes: da settembre su Italia1
Jericho: da Giugno su raidue, Gira già il promo.
Dexter: probabile Settembre in seconda serata, sempre Italia 1
Six Degrees: attualmente in programmazione la domenica su FoxLife (sky)
Ugly Betty: appena iniziata su Italia1. Prima serata del Venerdì.
Extras: ora in onda su Jimmy (Sky)

Tornando invece a parlare dello schermo grande, pare che vedremo nuovamente insieme Al Pacino (al lavoro anche per Andrew Niccol come Dalì) e Robert De Niro (insieme solo in Heat - La sfida).
Si tratterà di un thriller indipendente, Righteous Kill - budget ridotto - diretto da Jon Avnet (?) e sceneggiato dal prodigioso Russell Gewirtz: esordio col botto con lo splendido script di Inside Man.
Recensito piuttosto bene 28 Weeks Later, uscito da qualche settimana in USA e ancora secondo al box office. Prodotto e non diretto dal nostro Danny preferito che comunque raccomanda bene l'esordiente Juan Carlos Fresnadillo. Ecco, tanto per far salire l'attesa, 3 minuti tratti dal film, ad alto tasso claustofobico.
A proposito d'attesa, non avete ancora visto il trailer di John Rambo?
Splatter?!